Arrivi e Partenze

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Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì e finalmente venerdì.

“Sono in stazione da un po’, forse sono partita in anticipo da casa, ma era inutile star lì seduta a fissare l’orologio, tanto valeva venir qui a guardare lo stesso orologio, ma almeno fra la folla che aspetta come me.

E’ il giorno migliore della settimana e lo aspetto quasi come una bambina aspetta il Natale per ricevere i regali, e in fondo lui per me è un regalo, il più prezioso che la vita mi abbia mai fatto.

Mi sono distratta un attimo ma subito torno a guardarmi accanto, e c’è così tanta gente che come me staziona sotto il monitor dei treni in arrivo e lo fissa impaziente, mentre i minuti passano e assomigliano ad ore.

Guardo i binari tanto per distrarmi ma finisco con il fissarmi, e inizio a pensare a quanta e quale vita trasportano per il mondo.

Strane vite quelle unite e divise dal treno, chilometri che spezzano le parole e i pensieri, sentimenti trattenuti e distanze che allontanano e confondono le vite, milioni di attimi persi, sorrisi, lacrime, sguardi, che ognuno vive da solo a chilometri di distanza.

Mi domando con insistenza perché, ma non trovo risposta e mi accorgo di essermi persa di nuovo.

Torno a fissare il monitor, ma quel treno non è riportato c’è ancora da aspettare, allora mi domando come è iniziata questa storia.

Non so se penso a quella con lui o al mio via vai in stazione, mentre comincia a fare fresco lì e stringendomi nel maglione, ripenso.

Era tutto così strano anche prima ma non così doloroso, e intanto ingoio le ore che trascorrono e questi chilometri come fossero un macigno, e mi sembra quasi che non vadano giù, ma piuttosto a depositarsi sul cuore schiacciandolo fino al venerdì, il giorno magico, il giorno in cui non devo sognare, perché mi basta aprire gli occhi e i miei sogni sono proprio lì davanti a me.

Più di un anno passato così sotto quel monitor, tutti i venerdì con poche eccezioni, a sperimentare l’attesa, la pazienza, l’angoscia, la solitudine e chissà quante altre sensazioni senza nome, ma così reali che quasi mi avvolgono e mi isolano da tutto e tutti.

Guardo di nuovo il monitor e poi l’orologio ma ancora niente, non ci sono molti cambiamenti perché in fondo è ancora troppo presto per l’annuncio del treno, il suo treno.

Aspettare è l’unica cosa certa di tutta questa situazione, mentre il cuore si fa più grande per lo sforzo dell’attesa e vorrebbe gridare, invece sta lì e si fa piccolo piccolo appena comprende che nessuno può udirlo.

Allora penso alla vita e penso che in fondo una parte di questa mia esperienza qui, sta passando nell’attesa di una persona che poi in realtà, sta con me molto poco e per poco tempo.

Mi domando quale sarà il fine della vita e mi rispondo che a saperlo saremmo tutti saggi, e finalmente quel monitor avvisa anche me come tutti gli altri.

Il treno ora compare, all’ultimo posto ma compare, e inizia ora una nuova attesa mentre l’avanzata del treno prosegue e conquista posizioni, una dopo l’altra, fino alla sognata pole position e finalmente è primo!

E’ questione di poco, infatti una voce annuncia che proprio quel treno sta per arrivare al binario, e così ha inizio un repentino spostamento verso il binario annunciato, di gruppi di persone che vanno ad incontrare e abbracciare altre persone in arrivo.

Intravedo la motrice all’ingresso del binario, poi lentamente il lungo serpentone delle carrozze che la seguono e si snodano per via, finalmente giunte alla fine di quel lungo viaggio.

Il treno si arresta e io lì davanti alla motrice ormai ferma, guardo la marea umana che emerge dalle carrozze, confusa, rapida, in un grande affrettare di passi, che sembra quasi di trovarsi in un mercato nell’ora di punta.

Osservo decine di persone che mi passano accanto, per finire abbracciate a chi le sta aspettando proprio alle mie spalle, tanti volti ma non ancora il suo.

Mi sento agitata, confusa, mentre lo cerco con lo sguardo tra la folla, e alla fine i miei occhi lo trovano laggiù al di sopra degli altri, e lo seguo per la paura di perderlo nella confusione.

In quel momento mentre lo vedo avvicinarsi si ripete immancabile il miracolo, il cuore si libera, gli vola incontro e l’anima vorrebbe spiccare il volo con lui fuori da me, mentre resto lì senza parole, senza pensieri, confusa e smarrita.

Lo guardo e finalmente lui vede me, si avvicina e nel momento stesso in cui mi guarda è già davanti a me, poi un attimo, un bacio, un ciao e tutto è come se fosse sempre venerdì e lui non fosse mai partito.

Il sabato vola via così in fretta, che assomiglia al miraggio dell’oasi nel deserto, appena la vedi è già scomparsa, e così è già domenica, che non è il giorno peggiore della settimana, perché per dirlo bisognerebbe aspettare il lunedì, ma certamente fa la sua parte.

Mi sveglio al mattino ed è già ora di andare in stazione, perché l’arco di tempo che intercorre fra questi due momenti, è il periodo più breve che esista, e all’improvviso arriva la sera.

Sono di nuovo dove ero venerdì con meno gioia ma con la stessa ansia, anzi forse maggiore perché lui ora sta partendo e non tornando da me.

Un’infinità di saluti, le solite frasi, le solite cose e poi l’agghiacciante prospettiva di una settimana separati, a domandarsi come va attraverso il telefono.

Il binario è diverso da quello del venerdì ma l’ambiente intorno è sempre quello, perché si avverte la solitudine, e quel vento che soffia non è freddo a causa del maltempo, ma solo a causa degli tristezza degli abbracci, che fra pochi minuti si scioglieranno in saluti con le mani tese.

Siamo di nuovo qui al punto di partenza e ora forse fa più male dei primi tempi, perché allora almeno si piangeva o meglio io riuscivo a farlo, mentre ora non ci sono neanche più le lacrime, a cercare di scaricare la tensione di questi distacchi.

Arriva l’ora di salire sul treno, un bacio, un abbraccio e subito dopo lui è già seduto, mentre io sono in piedi sulla banchina sotto il suo finestrino, e un orologio scandisce i minuti che corrono via veloci.

Al fondo del binario davanti alla motrice, il semaforo per la partenza del treno, si trasforma in uno strumento di tortura, un piccolo lumicino lontano che segna il rosso, portando il cuore a nutrire false speranze, nei soliti lunghi attimi di attesa che precedono la partenza.

Controllo quella luce rossa che si trasforma per me nell’immagine di un conto alla rovescia, che dividerà la mia strada dalla sua e poi accade tutto in un istante.

La osservo ed è rossa, mi volto, lo guardo e gli sorrido, mi volto di nuovo ed eccola lì, quella piccola luce che porta via i miei sogni, è subito verde.

Un piccolo impercettibile movimento del treno, all’inizio quasi invisibile, e poi il via decisivo con uno spostamento rapido ma allo stesso tempo repentino.

Il cuore fa un balzo ma non può seguire fisicamente quel treno, e dopo svariati sobbalzi si arrende e mestamente torna a battere come prima.

Saluto fino a che il treno scompare, e già da un pezzo lui è scomparso alla mia vista, e allora mi domando chi glielo spiega al cuore che lui non è più qui?

E come dirgli che ogni attimo che passa, aumenta lo spazio che ci separa e che ora sarà di nuovo lontananza e solitudine?

Resto lì per un po’ poi mi incammino, e sulla strada del ritorno c’è il vuoto, il dolore non sa dove andare, sento solo il distacco, e mentre torno a casa sento di aver lasciato su quel treno una parte di me.

Il cuore, l’anima, il corpo, tutto è diviso a metà e vivrà così per tutta la settimana, con il peso del dolore per l’assenza.

Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì e finalmente venerdì, il giorno dei sogni reali con lui che è la mia realtà più bella”.

 

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