Era lì, davanti a me, con l’aria di chi volesse interrogarmi.
Guardavo il suo viso, ma con tutto il mio impegno, non riuscivo osservandolo, a trovare dei lineamenti familiari, qualcosa che mi desse la certezza di una somiglianza o la sensazione di un trasporto immediato, dettato dal cuore.
Forse voleva farmi delle domande, conoscere il mio stato d’animo, parlare dei miei sentimenti, ma al momento io non riuscivo a formulare nessun pensiero, ero solo in grado di guardarla, lo sguardo fisso nei suoi occhi, la mente annebbiata dalla confusione di quel momento.
Chi aveva fissato l’appuntamento? Chi aveva scelto il luogo?
Che smemorata, ero stata proprio io, convinta che quell’ambiente familiare sarebbe riuscito a rassicurarmi, e mi avrebbe protetta dall’eventuale senso di smarrimento e di estraneità che avrei potuto provare.
Quel parco era sempre stato come la mia seconda casa, quando da piccolina, vi trascorrevo interi pomeriggi assieme ai miei “genitori” e a tantissimi altri bambini della mia età, i miei compagni di giochi e marachelle.
In quel pomeriggio niente era diverso da allora, erano trascorsi gli anni, ma il luogo era rimasto lo stesso; i vialetti ben curati con le panchine di pietra, gli spazi di terra battuta tra gli alberi, dove sorgevano improvvisi e regolamentari campi di calcio, una giostrina all’ingresso del parco, accanto al cancello d’entrata, il regno dei più piccini, una pista di pattinaggio, sull’entrata posteriore, per i più scatenati e un’infinità di voci, risate e corse pazze dei bambini, che rendevano ogni cosa ancora più affascinante.
Anche adesso una di quelle panchine di pietra, all’ombra di un albero mi ospitava, in un pomeriggio di primavera, insolitamente caldo per la stagione appena iniziata, ma tutto sommato confortevole e quasi ben studiato, per riuscire a sciogliere il ghiaccio che aveva paralizzato quell’incontro.
Dopo il primo momento di smarrimento, lei occupò il posto accanto a me sulla panchina, e senza mai staccarmi gli occhi di dosso, mi prese una mano e la strinse tra le sue.
Quel contatto così delicato e inaspettato mi colpì, e invece di mettermi sulla difensiva mi dispose ad attendere l’inizio di un dialogo, che per tanto tempo, cioè da quando ero venuta a conoscenza della verità, avevo sognato, immaginato, ma mai intrapreso realmente, con la persona più importante della mia vita: mia madre.
Tutta la mia vita, fino a quel momento, era trascorsa nella costante attesa che il sogno si realizzasse, quel sogno che aveva accompagnato la mia infanzia e la mia adolescenza, e che era lì davanti a me. Volevo rompere il silenzio, ma qualcosa mi tratteneva; era così strano essere insieme a lei, che parlando mi sembrava di spezzare un incantesimo e rovinare un’atmosfera quasi irreale.
Fu lei che mi venne in aiuto e iniziò raccontandomi del giorno più bello della sua vita, quello in cui aveva sentito per la prima volta la mia presenza dentro di lei.
Parlò della sua gioia e dei suoi sogni ad occhi aperti, e di me che riuscii a compensare con il mio amore e con la mia esistenza, il dolore per l’abbandono di mio padre. Una storia comune la sua, quasi banale, una ragazza che si ritrova sola quando il ragazzo che ama e che dice di amarla la lascia, perché si sente soffocare in un ruolo, quello di padre, per il quale non sarà mai pronto.
Parlava di me, come di una luce che si era accesa nel buio e che per tanti giorni, l’aveva guidata nella solitudine dei suoi pensieri. Viveva con i suoi genitori, i miei adorati nonni, che dopo la nostra separazione, divennero i miei genitori adottivi e quello fu per lei e per loro il periodo più felice e sereno.
Dal momento che lei era ancora minorenne, e dato che la gravidanza e il parto erano avvenuti lontano da casa, in un’altra città, al ritorno a casa i miei nonni avevano pensato di registrarmi come loro figlia. All’inizio le cose erano andate anche bene, con lei che fingeva di essere mia sorella, mentre in casa si trasformava in una mamma attenta e premurosa. Con il passare del tempo però e con la mia crescita, la situazione si complicò e nessuno fu più in grado di sostenere il suo vero ruolo, così mia madre decise di lasciarmi con i nonni che ormai io riconoscevo come miei veri genitori.
Da quel giorno la sua vita, quella di una ragazza giovanissima, aveva preso una strada che l’aveva portata lontana, in molte città; sempre con l’aiuto dei suoi genitori aveva terminato gli studi, riuscendo a laurearsi e aveva deciso di dedicarsi all’insegnamento.
Mio padre si era rifatto vivo con lei solo una volta dopo la mia nascita, ma lei non aveva voluto più saperne di lui, finché un giorno c’era stato l’incontro con un uomo che si era innamorato di lei, ed era stato come rinascere alla luce, dopo anni trascorsi nel buio del rimpianto e della nostalgia, per la nostra separazione.
In tutto quel tempo però non aveva mai smesso di pensare a me e di interessarsi della mia crescita e della mia vita. Mi tornarono subito in mente quei biglietti che immancabilmente ricevevo nel giorno del mio compleanno.
Parole semplici, pensieri sinceri, traboccanti d’amore, che non riuscivo mai ad interpretare, ma che i miei “genitori” mi dicevano provenire da una carissima amica di famiglia, che mi aveva vista nascere e che mi era molto affezionata.
Non comprendevo molto bene questo legame che si era instaurato fra noi, ma l’impressione che ne ricevevo era qualcosa di molto profondo e solido, ed attendevo con ansia quel giorno, per avere tra le mani quello che ritenevo il regalo più prezioso fra tutti quelli che ricevevo.
Crescendo avevo raccolto in una grande scatola decorata con pizzi e nastri tutti questi biglietti, e assieme ai regali di Natale e di Pasqua, tutto questo rappresentava per me qualcosa di veramente unico, anche perché erano scelti con una tale cura e attenzione dei particolari, che solo guardandoli si riusciva a vederne uscire l’amore che aveva ispirato il loro acquisto.
Piccolissime bambole di porcellana con autentici vestiti, dalle stoffe più svariate e dai costumi più caratteristici, delle quali non riuscivo mai ad immaginare la provenienza, facevano da cornice alla mia stanza, allineate sopra delle mensole di legno.
Per anni erano state le mie migliori amiche, la prima visione del mattino e l’ultima della sera, anche se da piccola la “mamma” non mi concedeva di giocarci perché sosteneva che essendo così piccole e fragili si sarebbero potute rompere, e non avrei più potuto godere della loro bellezza e della loro compagnia.
Divenuta adolescente avevo dato ad ognuna di loro un nome, perché mi sembrava chiamandole di sentirle più vicine, e perché erano diventate per me delle amiche fidate a cui confidavo i miei problemi e i miei desideri.
Ora tutti quei ricordi assumevano un significato particolare e da adulta, con una propria vita e con una propria indipendenza, finalmente mi rendevo conto che davanti a me c’erano ora le mie origini e il mio passato, che quelle bamboline avevano tenuto in vita per tutti quegli anni.
La sensazione di smarrimento che avevo provato nel momento in cui i miei “genitori” mi avevano confessato la verità, ora non era altro che quello per me, un momento, un attimo in cui mi ero resa conto che in fondo dentro di me lo avevo sempre saputo.
L’affetto speciale che avevo sempre provato per quelle bambole e una strano sentimento di gioia che provavo ogni volta che leggevo uno di quei biglietti, ora aveva un senso, un nome e un volto, ed era seduta accanto a me su quella panchina.
Conoscevo già la sua storia e la mia, ma sentirla narrare da lei, fu come veder materializzati tutti gli anni in cui avevo provato strane sensazioni e il presentimento che quella strana amica, fosse in fondo qualcosa di più. Non c’era rancore, non c’era dolore, perché la mia vita con i nonni era stata tranquilla e serena, e perché per fortuna, nessuno mi aveva mai fatto sentire un peso o uno sbaglio.
Ero stata accettata ed amata come una figlia e in fondo ero stata una privilegiata, perché mi era stato concesso l’amore di una “mamma” che valeva per due, essendo anche mia nonna e ora potevo godere della presenza di un’altra donna che mi avrebbe dato il vero amore materno.
Ora potevo finalmente riallacciare quel legame che era stato tagliato assieme al cordone, che mi aveva diviso da lei e che ci aveva tenute separate per tanto tempo, permettendo all’amore di tornare a fluire fra di noi.
Il sole stava tramontando e il parco si andava lentamente svuotando, mentre uno strano alone avvolgeva gli alberi e le persone, circondandoli di un magnifico colore rosato. Ogni cosa era stata detta, lei aveva svuotato il suo cuore e aveva messo nelle mie mani il suo passato e la sua vita, con il dolore i rimpianti e un mare di amore che mi lasciava senza parole.
In quelle poche ore si era creata una sorta di complicità fra di noi, che inspiegabilmente aveva riunito i nostri cuori e aveva riavvicinato ciò che il destino aveva separato. Ci alzammo insieme da quella panchina e ci incamminammo per mano sul vialetto ricoperto di ghiaia, con la certezza che da quel momento la nostra esistenza sarebbe stata più ricca, per la presenza dell’una nella vita dell’altra.
C’era molto di più di quel legame ad unirci, e molto di più dei ricordi o del tempo perduto da riconquistare, ma lei non lo sapeva, perché la consapevolezza del mio nuovo “stato” era arrivata improvvisamente anche per me.
Molto presto le avrei rivelato il mio segreto e allora la gioia del mio cuore sarebbe stata completa, perché l’anello mancante della catena era tornato, ed una nuova vita andava ad aggiungersi al ciclo delle vite, attraverso le nostre tre generazioni: mia figlia.
Una mano invisibile aveva aiutato il destino e quella stessa mano ci avrebbe accompagnate e sorrette per sempre.


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